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lunedì 15 luglio 2013

LA PARABOLA DI PONTE VECCHIO

In un recente articolo di questo blog abbiamo avuto modo di parlare di Matteo Renzi (leggi qui).

In aggiunta a quanto espresso in quel testo, riportiamo un articolo pubblicato il 12 luglio scorso sul Manifesto a firma di Tomaso Montanari (clicca qui per leggerlo sul sito di Alba Nazionale).

Lo condividiamo in pieno, e pensiamo che offra ulteriori, utili spunti di riflessione.

Il “David ai fiorentini”, gli Uffizi “macchina da soldi”, la facciata simil michelangiolesca per San Lorenzo: Firenze, un luna park messo a reddito

Il noleggio di Ponte Vecchio alla Ferrari di Montezemolo per una cena elegante segna l’apice della strumentalizzazione del patrimonio artistico e dello spazio pubblico di Firenze. La vicenda è stata particolarmente imbarazzante per l’arbitrio con cui è stata gestita: il sindaco Renzi ha annunciato che il canone di 120.000 (di cui però nel bilancio comunale non sembra esserci traccia) avrebbe dovuto rimediare ad un analogo taglio alle vacanze dei bambini disabili (ugualmente non documentato). E l’opposizione in consiglio comunale ha svelato che almeno una parte delle autorizzazioni ai ferraristi è stata concessa solo il giorno successivo all’evento. E se questo pasticcio amministrativo conferma il sostanziale disinteresse di Renzi per un governo delle cose che vada oltre l’annuncio mediatico, il cuore ideologico dell’iniziativa merita un’analisi.

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Per secoli la forma del discorso pubblico, la forma della vita politica, la forma della civiltà stessa si è definita e si è riconosciuta nella forma dei luoghi pubblici. Le città italiane sono sorte come specchio, e insieme come scuola, per le comunità politiche che le abitavano. Le piazze, le chiese, i palazzi civici italiani sono belli perché sono nati per essere di tutti: la loro funzione era di permettere ai cittadini di incontrarsi su un piano di parità. È per questo che la Repubblica – lo afferma l’articolo 9 della Costituzione – nel momento della sua nascita ha preso sotto la propria tutela il patrimonio storico e artistico nazionale.

Negli ultimi trent’anni, tuttavia, il valore civico dei monumenti è stato negato a favore della loro rendita economica, e cioè del loro potenziale turistico. Lo sviluppo della dottrina del patrimonio storico e artistico come “petrolio d’Italia” (nata negli anni ottanta di Craxi) ha accompagnato la progressiva trasformazione delle nostre città storiche in luna park gestiti da una pletora di avidi usufruttuari. Le attività civiche sono state espulse da chiese, parchi e palazzi storici, in cui ora si entra a pagamento, mentre immobili monumentali vengono incessantemente alienati a privati, che li chiudono o li trasformano in attrazioni turistiche.
Come in un nuovo feudalesimo, le nostre città tornano a manifestare violentemente i rapporti di forza, soprattutto economici: da traduzione visiva del bene comune, a rappresentazione della prepotenza e del disprezzo delle regole democratiche.

Anche da questo punto di vista Matteo Renzi non inventa nulla, e si limita a cavalcare con la massima efficacia mediatica la tendenza, vincente, per cui la città non produce cittadini, ma clienti. Nel famoso pranzo di Arcore, egli ottenne che il 20% degli introiti del David di Michelangelo, massimo feticcio del desertificante turismo fiorentino, andassero al Comune e non allo Stato. Vale la pena di notare che quei proventi venivano indirizzati al bilancio di Capodimonte, a Napoli: che, grazie al leghismo gigliato di Renzi, si trovò da un giorno all’altro senza nemmeno la carta igienica. E “il David ai fiorentini” fu il primo messaggio alla pancia della città. Poco dopo Renzi ha dichiarato che «gli Uffizi sono una macchina da soldi se li facciamo gestire nel modo giusto». E quindi ha trivellato gli affreschi di Vasari in Palazzo Vecchio alla ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo, spacciando per ricerca scientifica una penosa operazione di marketing delle emozioni che esaltava Dan Brown ai danni della conoscenza scientifica.

Insomma, straparlando continuamente di Brunelleschi, Leonardo e Michelangelo, il sindaco sta usando il patrimonio artistico fiorentino come “arma di distrazione di massa” capace di deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dall’esercizio del potere: ha, per esempio, proposto di costruire la facciata che Michelangelo aveva progettato per San Lorenzo (sarebbe come scrivere una canto della Commedia partendo da qualche verso) proprio mentre firmava l’accordo per lo scellerato tunnel Tav che sventrerà una parte di Firenze.

Anche da questo punto di vista, tuttavia, Renzi non è un innovatore, piuttosto un conservatore estremista. Nel senso che estremizza, e vira in salsa mediatica, l’ormai secolare abitudine dei fiorentini di vivere di rendita alle spalle del loro passato. Un passato che non diventa leva di costruzione del futuro, ma una specie di parco giochi da mettere a reddito: come è stato chiaro quando Renzi ha messo il veto alla costruzione della moschea nel centro storico. A Firenze le periferie sono abbandonate a se stesse, ma la cartolina del centro è intoccabile. O meglio: ci si possono fare speculazioni edilizie (come lottizzare il Teatro comunale del Maggio, che Renzi vorrebbe liquidare), si possono espellere le librerie o immaginare facciate pseudo-michelangiolesche: va bene tutto quello che è funzionale alla servitù del turismo e alla rendita del passato. Dunque non la moschea, pericolosamente carica di futuro.

Il noleggio di Ponte Vecchio segna, tuttavia, un punto di non ritorno, perché svela il progetto politico e sociale del futuro leader della Sinistra italiana. Nella costituzione riscritta da Renzi la Repubblica – per ora il Comune di Firenze – favorisce la manifestazione delle diseguaglianze, inibisce il pieno sviluppo della persona umana, sottopone alla ferrea legge del mercato il patrimonio storico e artistico e il paesaggio della nazione.

PERICOLO RENZI

Mentre l'Italia risulta sempre più oppressa dal peso di una crisi creata e gestita dal grande potere finanziario europeo, la classe politica del nostro paese, che di quel potere è complice ed esecutrice materiale, è occupata a discutere del nulla, distraendo l'attenzione dei cittadini dall'operazione di attacco alla Costituzione che stanno preparando, proprio allo scopo di rendere possibile il totale asservimento delle nostre Istituzioni alle esigenze dei Poteri Forti.

In questo scenario già di per sé preoccupante, è in corso anche la lotta interna al Partito Democratico per la conquista del ruolo di Segretario e, di conseguenza, del controllo di quello che aspira ad essere il partito egemone sulla scena politica italiana dei prossimi anni.

Una cosa però sono le aspirazioni ed un altra le reali possibilità. Lo spettacolo che il PD  sta dando di se stesso negli ultimi mesi (ma che in realtà ha dato da quando è stato creato, unendo artificialmente, con la sola logica dell'accaparramento di voti in funzione elettorale, due formazioni che avevano più contrasti che punti di affinità) risulta a tratti ridicolo ed a tratti penoso ma comunque sempre intollerabile da parte di una forza politica che si autodefinisce di centrosinistra, ma che continua sistematicamente a tradire tutti quei valori che ai propri elettori dice di voler difendere.

E quegli elettori lo stanno infatti abbandonando. Ad ogni votazione i consensi sono sempre meno e le critiche sempre di più. Quando il PD ha vinto, questo è accaduto perché i suoi competitori hanno perso ancora più voti. Non si costruisce un Governo (di una città, di una Regione, di uno Stato) se non si ha un rapporto di fiducia con i cittadini e non si hanno idee. Ai Democratici mancano entrambi.

Che probabilità ci sono che il PD si rinnovi e trovi le forze per diventare il partito di cui parlano gli slogan? Praticamente nessuna, dal momento che il più probabile futuro capo del partito sarà Matteo Renzi che, da quando ha perso le scorse primarie, sta costruendo nell'ombra (ma neanche poi molto, a dire la verità) la sua riscossa.



Il Sindaco di Firenze sta aspettando come un predatore che la preda crolli al suolo sfiancata, per avventarglisi contro e prendersela una volta per tutte.

Questo lascia intravedere effetti devastanti. Per il Partito Democratico, che risulterà ancora più diviso al suo interno e potrebbe andare incontro ad una scissione.

Per l'Italia intera, che verrebbe consegnata ad un leader permeato da un ideologia conservatrice, vecchia e becera che, grazie ad una formidabile macchina mediatica, è riuscito a convincere molti italiani di rappresentare modernità e innovazione.

Un autentico favore all'Europa della finanza e a Berlusconi, (che avrebbe un alleato ancora più simile a lui), con l'istituzionalizzazione dell'inciucio e la costituzione di un blocco ultraconservatore PD-Pdl che priverebbe il nostro Paese di qualunque possibilità di cambiamento e di uscita dal degrado in cui si trova.

venerdì 5 luglio 2013

LETTA E BARROSO INAUGURANO LA SEDE DI EXPO 2015: UNA PAGLIACCIATA PER NASCONDERE I PROBLEMI REALI

Ci stiamo avvicinando sempre di più all’anno dell’Expo di Milano e l’inizio della costruzione delle opere più distruttive per il nostro territorio si avvicina sempre di più. Ci hanno venduto l’Expo 2015 come una grande opportunità per tutta l’Italia, che avrebbe portato investimenti e lavoro, che avrebbe migliorato le infrastrutture e facilitato il lavoro delle imprese sul nostro territorio.


LA REALTÀ CHE CI TROVIAMO DI FRONTE PERÒ È MOLTO DIVERSA!



Gli unici che guadagneranno dall’Expo saranno i palazzinari e i grandi costruttori mentre i cittadini e i lavoratori non ne trarranno nessun vantaggio, anzi!


Tre nuove autostrade verranno costruite nel territorio già estremamente urbanizzato della Lombardia, devastandolo ancora di più: la Tem, la Pedemontana e la BreBeMi.



Queste sono tutte autostrade che le autorità politiche dichiarano saranno costruite con soldi privati tramite il project financing, ma gli unici fondi sono quelli che il governo Letta ha stanziato nel decreto del fare. E mentre nuove autostrade vengono costruite con i nostri soldi, quelle vecchie stanno per essere svendute: è quello che succederà tra tre giorni alla Milano-Serravalle, che verrà privatizzata il 10 luglio.



Nel frattempo nel nostro territorio innumerevoli aziende stanno chiudendo o licenziando: dalle piccole alle medie fino alle multinazionali come l’Ibm, la Candy, la Nokia ecc. Nel nostro Paese non ci sono soldi per salvaguardare i posti di lavoro in settori chiave come quelli delle telecomunicazioni e del hi-tech, ma i nostri politici possono permettersi di regalare miliardi ai grandi appaltatori di queste opere inutili e dannose. Non dobbiamo più farci ingannare da questa casta politica legata a doppio filo agli speculatori. 
Solo con la lotta possiamo difendere il nostro territorio, il nostro lavoro, la nostra vita!


Il loro piano è chiaro: d’accordo con il grande capitale europeo vogliono trasformare il nord Italia in un immenso polo logistico. Tutte le aziende chiuderanno progressivamente e si moltiplicheranno supermercati, centri commerciali e cooperative della logistica, queste impareggiabili «fabbriche» di sfruttamento che ad oggi impiegano principalmente lavoratori immigrati, ma che domani potrebbero essere lo standard per tutti i lavoratori.


Per poter resistere a tutta questa devastazione, l’unica soluzione è unire tutte le nostre lotte, lottare fabbrica per fabbrica, vertenza per vertenza, cantiere per cantiere, organizzandoci per portare la nostra concreta solidarietà di attivisti su tutti i luoghi di lotta. Solo uniti possiamo vincere! 

Non lasciamogli regalare miliardi agli speculatori privati! 
Non lasciamogli devastare il territorio con opere inutili per salvaguardare i profitti di pochi! 
Non lasciamoci trasformare in un polo logistico preda dello sfruttamento delle cooperative!
Lottiamo contro chi svende e privatizza i patrimoni pubblici!
Lottiamo contro chi vuole chiudere le nostre fabbriche!
Espropriamo le imprese che licenziano e che de localizzano!
No all’Expo 2015! No allo sfruttamento! No al capitalismo!

Firmatari.
No Austerity coordinamento delle lotte 
Coordinamento Lavoratori e Cittadini della Sanità di Milano
Comitato No Debito Milano
No Tem
Rete di Sostegno Attiva Jabil

martedì 11 giugno 2013

LA DEMOCRAZIA STA TORNANDO

La Democrazia sta tornando. Ma non perché il centrosinistra ha vinto le elezioni amministrative. Anzi, la Democrazia sta tornando nonostante il centrosinistra!

Ce lo spiega Andrea Bagni nel testo che abbiamo trascritto qui di seguito, e ne parliamo a Bari i prossimi 14 e 15 giugno. Vi aspettiamo.


Perché "La democrazia sta tornando"

Nel Cile del 1988 Pinochet sfida con un referendum il popolo a decidere sulla continuità del suo regime. Mi volete ancora per otto anni oppure no. Ce l'avete il coraggio? La sicurezza, l'economia distruttiva e vincente del neoliberismo rampante, da una parte. Il rischio del caos, il “ritorno del comunismo”, le file ai negozi, la fame, dall'altra. E lui che si mostra paterno in televisione, senza divisa militare, circondato da bambini, come un vecchio padre. Il suo apparato politico-militare pronto a terrorizzare, violentare, organizzare brogli per vincere. Partecipare al referendum voleva dire anche rischiare di stare al suo gioco, di un progetto truccato in partenza, utile solo a legittimare la continuità del regime. La battaglia per il NO però si fa lo stesso e la racconta il film di Pablo Lorrain I giorni dell'arcobaleno. Il Cile è un disastro di violenza e sopraffazione, ma ci sono quindici minuti di televisione a disposizione delle opposizioni. Divise. Si potrebbe concentrare l'attenzione sui torturati, gli scomparsi, l'ingiustizia dei privilegi, le donne e gli uomini feriti nell'anima e lasciati ai margini di tutto. Però la campagna per il NO sarà una geniale imitazione-rovesciamento della comunicazione pubblicitaria di massa. Quella finta che serve a vendere prodotti fasulli. Non va bene lamentarsi e basta, mostrare corpi massacrati, volti sanguinanti, povertà dei sobborghi. C'è altro che può accendere passioni e speranze. Da dentro l'incubo di un regime sanguinario lo slogan sarà, L'allegria sta tornando. La fine del regime sarà anticipata, già come vissuta, raccontata da immagini di gioia, di festa popolare, di vittoria. Mobilitante è la speranza, la certezza politica della liberazione. Anche dal fondo dell'abisso della repressione e dell'ingiustizia. Un abisso anche noi qui lo vediamo da vicino – fatto di crisi devastante del tessuto culturale e sociale, della partecipazione politica, delle relazioni fra società e istituzioni, dei rapporti umani con la natura. Neanche noi però siamo morti, soffocati e ammutoliti in quel baratro. Siamo vive e vivi. C'è altro fuori le mura dei palazzi del potere - castelli kafkiani che si puntellano in grandi alleanze per resistere allo tsunami del vuoto che li circonda, del deserto di fiducia e di voti che li travolge. Fuori si può anche costruire altro. Essere altro. Allora anche noi possiamo dire, guardando l'abisso ma senza sprofondarci tristemente  rassegnati, La democrazia sta tornando. Viene da un'altra parte e va da un'altra parte. Ma torna. (Andrea Bagni) dal sito internet di Alba Nazionale http://www.soggettopoliticonuovo.it/


venerdì 31 maggio 2013

NON DOBBIAMO RINUNCIARE ALLA RAPPRESENTANZA

Il sistema politico-partitico è in crisi gravissima.

Centrodestra e centrosinistra continuano a perdere voti e rappresentano solo gli interessi dei gruppi economici cui fanno riferimento.

Occorre agire, ora, per costruire l'alternativa. Vi proponiamo un interessantissima riflessione di Andrea Bagni, pubblicata sul sito di Alba nazionale (http://www.soggettopoliticonuovo.it/)



Ex voto, dall’abisso della rappresentanza – Andrea Bagni (Ècole)

29/5/2013
Quella di marzo è stata una svolta politica che è risuonata dappertutto. Qualcosa è sembrato cambiare radicalmente e definitivamente. È stato il crollo di Bisanzio che ha descritto Revelli, o la sua delocalizzazione in una specie di outlet village fuori dal mondo. Con il centrosinistra che ha sciolto in un rapido addio un lungo equivoco. Con le regioni più politicizzate d’Italia che abbandonano in massa i seggi elettorali e scavano un amaro abisso fra società e istituzioni.
Un collega dopo la rielezione di Napolitano mi ha detto sorridendo, Ora forse nascerà qualcosa di nuovo, finalmente… E stavolta ci sta che lo voti anch’io. Però era un po’ mogio. I miei colleghi sono un interessante campo di osservazione. Rappresentano il mondo dell’opinione democratica, quella che si entusiasma (giustamente) per Barbara Spinelli e vorrebbe un centrosinistra decente almeno come linguaggio e stile istituzionale. La sensazione era che con la candidatura di Rodotà qualcosa si apriva e poteva riguardare una volta tanto anche “loro”: non solo la sinistra radicale e un po’ patetica di sempre.
Perché il sistema parlamentare sconvolto dal voto ha reagito non solo rifiutando ogni cambiamento ma praticando una sorta di rinuncia a esistere, una cessione di sovranità. Una sbalorditiva confessione di impotenza. Di paura e di estraneità. (Vedi l’idea del minuto di silenzio per la morte di Andreotti, negli stadi… Qualcuno immaginava la condivisione popolare del lutto. E infatti è stato un diluvio di fischi, una radio di Firenze ha letto i nomi dei morti per mafia, nella curva del Torino sono apparse le foto di Borsellino e Falcone).
E infine, in nome di uno stato d’emergenza permanente che obbligherebbe alla delega e all’obbedienza assolute, viene riconfermata la più totale continuità con le politiche recessive ottusamente liberiste per le quali la democrazia, il dibattito pubblico, il confronto delle idee, sono un pericolo mortale: un lusso che non ci possiamo più permettere. Nella crisi è clamorosa la scissione fra capitalismo neoliberista – che non cancella il ruolo degli stati ma li subordina a sé in funzione autoritaria e di controllo – e democrazia costituzionale. Quella democrazia che ha prodotto lo stato sociale e caratterizzato il modello europeo, non a caso oggi in discussione. Non c’è unità possibile per una somma di governi in competizione, privi di demos e di politica. La critica dell’autoritarismo, del presidenzialismo, dell’esproprio delle decisioni sulla propria vita – e sulla propria morte -, è critica a un modello di economia e società che tutto subordina al comando dei mercati, degli stati e della Chiesa. Garanti dell’ordine del materiale e dell’immaginario.
In questo stato siamo.
È anche vero, però, che il paese ha reagito a questo disastro del sistema rappresentativo. Certo, anche con sgomento. Anche smettendo di andare a votare, come vediamo oggi.
In una settimana è cambiato l’intero film raccontato nella programmazione pre-elettorale. Il “voto utile” al centrosinistra per bloccare Berlusconi si è ritrovato in una Santa Alleanza a guida trascendente, presidenziale, e sede ad Arcore. Con la squadra Letta-Alfano che si ritira “per fare spogliatoio”… L’antiberlusconismo peraltro non è mai stato solo questione di stile, utile a nascondere i veri contenuti: della serie sono comunque tutti liberisti antipopolari e antioperai, a noi di sinistra non interessa questa roba da salotto. C’è un’idea e un’etica della democrazia in gioco. La mentalità proprietaria di Arcore sui corpi notturni giovanili è un altro lato del potere del denaro, della mercificazione universale, della violenza simbolica maschile. Proust, quando si accorge che per l’amico la foto di Albertine “fuggitiva” è una discreta delusione, scrive che lascia volentieri le belle donne agli uomini privi di fantasia. Infermiere e suore sexy sono per i compratori finali poveri di spirito e d’immaginazione.
E però la reazione non è stata solo di sgomento. C’è un’Italia che si è anche riconosciuta altrove. Si è schierata con Rodotà una parte tutt’altro che minoritaria del paese. Non per trovare un altro Padre Trascendente cui affidarsi: per indicare un’alternativa di democrazia e laicità. Rodotà è stato una metafora, il simbolo di questo diverso paese. Paese reale. Non importa quanto deluso e frustrato, ancora una volta. Un paese che continua ad appassionarsi, sperare e investire nella speranza.
Certo sappiamo che non si tratta di affidarsi a un nome e a un volto. Come non si trattava di puntare tutto su De Magistris e Pisapia. Il risultato rischia di deludere sempre se fra la rappresentanza e i singoli cittadini non si costruisce niente. Se oltre i soggetti non c’è una soggettività politica.
Tuttavia una speranza è un segno di vita. Al di là degli esiti, c’è uno spazio teorico e perfino emotivo, un sentimento politico da cui queste passioni nascono. Questo accendersi della partecipazione – che se anche passa e sembra spegnersi è comunque stata. Indica una possibilità di resistenza ed esistenza. La capacità di resistere perché si esiste.
Bisognerebbe riuscire a incontrarsi, chiedersi che si vuol fare da grandi, non solo ogni tanto sentirsi figli di qualcuno. Bisognerebbe sentirsi fratelli e sorelle e imparare a farne a meno. Come è giusto che accada prima o poi con i padri – sempre in qualche modo lontani da Itaca.
Però questo mondo democratico tende ad aspettare, come i miei colleghi. Quando è attivo è società che si occupa di società più che di istituzioni rappresentative. A volte con un desiderio triste di riduzione del danno: almeno non abbiamo Berlusconi ministro, Brunetta all’economia, Gelmini all’istruzione. Nella sala docenti anni fa sotto il cartello Vietato fumare era scritto, Non buttate le cicche per terra. Come in subordine fosse ormai la nostra filosofia. Dalla scelta del male minore, al poteva andare anche peggio.
E tuttavia per questo mondo democratico radicale, che ormai sente come il diritto di decidere sulla propria vita, il lavoro, i beni comuni, sia già una politica economica e sociale per un’altra Europa, occorre costruire una rete di relazioni non episodiche, uno spazio d’incontro. E una qualche possibilità di rappresentanza. Non con l’obiettivo di una mini percentuale di testimonianza da sinistra radicale. L’ambizione deve essere alta – quanto è vasta quest’altra Italia. Altrimenti il rischio è che questa fibrillazione che abbiamo sentito resti tale e alla fine diventi estraneità, passività o rabbia. E poi la rabbia difesa dei penultimi dagli ultimi, dell’italianità dagli invasori. Sarebbe il via libera da una società svuotata di vita a un ceto politico di anime morte.
Bisogna mettere in scena un’alternativa, una coalizione democratica. Pensieri e parole che facciano saltare lo spettacolo e liberino donne e uomini dall’essere “pubblico” di uno show in uno spazio politico privatizzato. Audience. Forse oggi non c’è neppure bisogno di aggiungere molto a coalizione democratica. La democrazia costituzionale è divenuta (come già la prima volta) rivoluzionaria. Esprime un’idea di società incompatibile con il neoliberismo che tutto riduce a merce, calcolo e profitti.
Certo, l’abbiamo detto già molte volte. Certo, ci abbiamo già provato. Fuori delle mura di Bisanzio circola anche lo scoraggiamento dell’impotenza, la solitudine densamente popolata d’una moltitudine smarrita. E sento già i commenti dei colleghi. Ancora?, di nuovo un cantiere, costituente consulta rete lista zattera, altri tentativi di mettere insieme… Che palle. Chiamaci quando avete finito. Alba ci prova ma se resta Alba ci vorrà una vita. Libertà e Giustizia non si muove facilmente, Micromega fa una rivista, Emergency fa Emergency, Libera l’antimafia. La Fiom fa la Fiom. E gli incazzati che votano Pd continueranno a votarlo incazzati.
Tutto giusto mi sa. Siamo stanchi di provare, lasciamo perdere.
E però nulla riposa della vita come la vita. Quel “sentimento”, quel progetto politico che esiste anche attraverso la sua assenza, è un desiderio che resiste. Malgrado tutto, malgrado noi. Secondo me bisogna continuare a provare. Alle sconfitte si sopravvive. Le rinunce fanno morire democristiani. O peggio.


mercoledì 22 maggio 2013

SALVIAMO IL PAESAGGIO, DIFENDIAMO I TERRITORI - RILANCIAMO LA MOZIONE APPROVATA DAL FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER LA TERRA E IL PAESAGGIO

Lo scorso 4 maggio si è tenuta a Bologna l'Assemblea Nazionale del Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio - SALVIAMO IL PAESAGGIO, DIFENDIAMO I TERRITORI.

L'Assemblea ha approvato una Mozione che noi di Alba Martesana condividiamo pienamente, facciamo nostra e rilanciamo con forza, in quanto riteniamo indispensabile che tutte le Istituzioni agiscano ora per fermare il consumo di territorio e introdurre un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale e sociale.

Sono temi a cui lavoriamo da sempre e ora più che mai sono al centro della nostra azione politica.

Dalla crisi si esce attraverso una riconversione ecologica dell'economia, non attraverso la speculazione edilizia.

Trascriviamo qui sotto il testo della mozione.

Per qualsiasi informazione è possibile consultare il sito internet del Forum: http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/



MOZIONE APPROVATA IL 4 maggio 2013 A BOLOGNA
DALL’ASSEMBLEA NAZIONALE
DEL FORUM SALVIAMO IL PAESAGGIO

Gli effetti della crisi ambientale, sociale, economica e finanziaria si sono esasperati nel corso dell'ultimo anno e mezzo, rendendo ancor più attuale e necessario il messaggio che abbiamo scelto di
racchiudere nel nome stesso della rete cui abbiamo dato vita nell'ottobre dell’anno 2011: “Salviamo il
paesaggio, difendiamo i territori”.

Per questo, le 911 organizzazioni aderenti al Forum italiano dei movimenti per la terra e il
paesaggio, che si è riunito a Bologna sabato 4 maggio 2013 per celebrare la sua terza assemblea
nazionale:

VOGLIONO ribadire con forza – chiedendo di condividere a tutti i livelli (politico, istituzionale,
associazionistico, privato) – il concetto che il suolo libero e il suolo fertile sono beni comuni degli
italiani, fondamento di tutte le funzioni ecosistemiche che stanno alla base della vita di ognuno,
dai quali si ricavano prima di tutto cibo, salute, sicurezza ambientale e bellezza, un immenso patrimonio culturale collettivo e condiviso, di questi tempi la più grande opportunità economica per la Nazione. Una risorsa insostituibile e non rinnovabile, sulla quale si può costruire il futuro del Paese e si possono creare tante opportunità di lavoro per le nuove generazioni;

VOGLIONO ribadire la necessità di considerare il valore assoluto ecologico-economico del suolo
libero e del suolo fertile;

VOGLIONO segnalare che il settore agricolo e il settore turistico, due grandi asset strategici del
Paese, generatori di cultura, benessere e ritorno economico, che sono stati troppo spesso relegati in
secondo piano da chi progetta il futuro dell’Italia, non possono prescindere dalla salvaguardia dei
territori liberi dal cemento, non consumati, non compromessi per sempre a scapito della collettività
per inseguire soltanto interessi privati.

INVITANO il governo a prendere atto che un ciclo economico fondato sul cemento che consuma nuovo suolo (libero e/o agricolo) è terminato, come ben evidenziano i dati sugli immobili costruiti negli ultimi anni e rimasti invenduti o mai immessi sul mercato (670mila, secondo Nomisma). Nel 2012 le
compravendite nel settore immobiliare sono state 444.018 e segnano un meno 25,8% rispetto al 2011
(Agenzia del territorio). Fatto 100 il dato del 2005, oggi l'indice misura 50 (fonte Banca d'Italia) e la
contrazione dei consumi di cemento tocca, a fine 2012, il meno 45% rispetto al “picco” del 2006, e un
meno 22% sul 2011 (Aitec), come confermato anche dalla scelta del principale operatore dell'industria
del cemento, che nell'ultima assemblea degli azionisti, a metà aprile, ha annunciato che ridurrà da 17 a 8 il numero degli impianti attivi sul territorio nazionale, consapevole di un trend ormai incontrovertibile.

CHIEDONO, pertanto, all'Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani), all'UPI (Unione della
Province italiane) e alle Regioni di affiancare i comitati locali di “Salviamo il paesaggio” nella richiesta a tutti i propri aderenti di portare avanti il “censimento del cemento”, secondo lo schema elaborato dal nostro Forum, utile a fornire uno strumento di valutazione che permetterà di verificare la congruità delle previsioni di nuovi insediamenti residenziali, industriali/artigianali e commerciali, e di garantirne la realizzazione solo dove essi siano davvero necessari.

INVITANO le amministrazioni comunali a voler valutare con grande attenzione la recente sentenza del
Consiglio di Stato (6656/2012) in merito alla non esistenza di “diritti edificatori” di suoli non ancora
edificati, che evidenzia la non sussistenza di alcun fondamento giuridico sulla cui base il proprietario di un terreno possa rivendicare un “diritto preesistente” (per altro già preceduta da numerosi altri casi
giurisprudenziali antecedenti). Ciò offre, inoltre, un corretto approccio al concetto di “pianificazione” in funzione dello sviluppo complessivo e armonico di un territorio, che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli (non in astratto ma in relazione alle effettive esigenze di abitazione della comunità ed alle concrete vocazioni dei luoghi) sia dei valori ambientali, paesaggistici, di salvaguardia delle funzioni ecologiche e dei servizi ecosistemici, delle esigenze di tutela della salute, delle esigenze economico-sociali della comunità radicata sul territorio;

IMPEGNANO, al contempo, il Governo a inserire nel calendario dei lavori parlamentari quanto prima
presso le commissioni competenti il ddl “Salva suoli”, per realizzarne - in particolare - i punti che
prevedono una moratoria triennale sul consumo di nuovo suolo agricolo e di ricondurre l'utilizzo
degli oneri di urbanizzazione alle proprie finalità originarie, togliendo queste entrate dalla capacità di
spesa corrente degli enti locali;

RICHIEDONO, contestualmente, di pensare ad una riforma del sistema fiscale finalizzata a premiare le entità e le attività che lavorano per la conservazione e la riproduzione delle risorse e del paesaggio e a penalizzare le entità e le attività che, al contrario, contribuiscono allo spoglio del Capitale Naturale e del paesaggio;

INVITANO lo stesso esecutivo a non considerare una risposta alla crisi gli investimenti in (nuove)
autostrade, da realizzare in larga parte facendo ricorso allo strumento del project financing; quello che
a prima vista è un (possibile) palliativo di fronte alla crisi dell'industria delle costruzioni rischia di
trasformarsi in un boomerang, dato che è manifesta l'incapacità di finanziamento di queste opere da
parte del sistema bancario privato, una incapacità che – come dimostrano gli esempi lombardi di TEEM e Bre.Be.Mi. – finisce col far gravare il costo delle opere sui risparmiatori (quelli che tengono il proprio denaro depositato in libretti postali e Bfp, che forniscono liquidità a Cassa depositi e prestiti, ad esempio). L'Italia non ha bisogno di 32 nuove autostrade (Altreconomia), né di meccanismi come lo sconto fiscale introdotto a fine 2012 dal governo Monti o i project bond, varati dallo stesso esecutivo nel tentativo di avviare a tutti i costi i cantieri di “grandi opere inutili e dannose”.

SOLLECITANO, dunque, la necessità di cambiare l’approccio nei confronti delle infrastrutture: da
strutture d’innesco di sviluppo a strutture che accompagnino lo sviluppo.

RITENGONO, in merito al project financing, necessaria una moratoria sull'apertura di ogni nuovo
cantiere fino alla firma del finanziamento, il cosiddetto “closing finanziario”, e richiedono un bilancio
costi-benefici serio, almeno a medio termine, che includa anche i servizi degli ecosistemi e del
paesaggio, alla base di qualsiasi proposta;

INVITANO, sempre in merito alle grandi opere, il Governo a considerare conclusa, e con esito
fallimentare, l'esperienza della legge Obiettivo, che negli anni ha visto lievitare il numero delle opere
incluse nella stessa, ma ha mostrato una scarsissima capacità di portarle a termine (secondo un
dossier del Wwf, dopo dieci anni, a metà 2011, il numero delle opere terminate era di 30 per un costo
complessivo di 4,467 miliardi di euro, che sono equivalenti ad un modestissimo 1% del valore
complessivo del Programma);

prendendo atto delle recenti dichiarazioni di autorevoli rappresentanti di primarie associazioni datoriali e sindacali (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Confcooperative e Fillea Cgil in primis) che sollecitano, concordemente con i nostri appelli, la necessità di riorientare il mercato edilizio verso il recupero del vasto stock immobiliare attualmente sfitto, vuoto o non utilizzato in luogo delle nuove edificazioni, INVITANO il mondo politico ed amministrativo a concentrarsi su una concreta valorizzazione del patrimonio esistente come leva sociale e anche economica - tenendo conto del sempre più urgente fabbisogno di edilizia residenziale pubblica e sociale, dunque, ponendo la pubblica amministrazione alla guida della fase di transizione senza condizionamenti da parte del libero mercato;

RICORDANO che la crisi economica attuale è anche frutto del "connubio perverso" tra finanza e
mercato immobiliare che ha trasformato le costruzioni in beni di investimento. La rendita passiva
in Italia copre il 32% del Pil (contro il 15% circa di economie più equilibrate) a scapito di settori
direttamente produttivi, della loro capacità di assorbire manodopera e di iniettare risorse attive nei
sistemi economici. Si continua a ritenere il "mattone" una leva di "crescita" mentre la grande quantità di invenduto mette in evidenza che è saltato il rapporto tra domanda e offerta e che continuare in questa direzione non può che aggravare la congiuntura negativa e allontanarci sempre più dallo sviluppo.

Vanno trovate soluzioni per limitare la rendita passiva e per controllare e redistribuire le plusvalenze
accumulate dall'immobiliare. La discussione sull'Imu, a scapito di interventi pubblici sull'occupazione o il welfare, non è che l'epilogo di una condizione dominata dalla rendita a scapito di impieghi produttivi delle risorse;

come conseguenza della contrazione negli investimenti in ambito infrastrutturale e nella produzione di
cemento, CHIEDONO di intervenire in modo adeguato in relazione al fabbisogno del materiale di
cava, promuovendo – laddove possibile – anche il riutilizzo del rifiuti proveniente da demolizioni,
oggi classificati come rifiuti speciali in modo “indifferenziato”;

SUGGERISCONO di dar corpo agli enunciati dell'Enea per il progetto di investire nel rendere più
efficienti il 35% degli edifici pubblici, consentendo il significativo avvio di una concreta attuazione di
politiche nazionali di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera, nonché un risparmio immediato di circa il 20% della bolletta attuale e favorire un effetto positivo sull’economia del paese, stimato in un incremento di circa lo 0,6% del PIL.

SUGGERISCONO di lasciare la strada delle “grandi opere” per dedicarsi alle “piccole opere” di
riconversione ecologica, di lotta al dissesto idrogeologico, di percorsi ciclabili panoramici attorno alle
bellezze della nostra Italia.

SALUTANO la nascita, oggi a Milano, della Rete per una #MobilitàNuova, esperienza cui hanno
aderito molte della realtà aderenti al Forum, e in particolare i molti comitati che si oppongono alla
realizzazione di nuove autostrade. Siamo convinti che un'alleanza tra pedoni, pedali e pendolari possa
portare il Paese fuori dal paradigma “autocentrico”, in particolare attraverso l'adozione di un nuovo
modello di valutazione del fabbisogno infrastrutturale del Paese, che vada a canalizzare le risorse
pubbliche disponibili verso tutti quegli interventi che favoriscono una mobilità di tipo “dolce”, nel rispetto delle funzioni degli ecosistemi e della valorizzazione del paesaggio.

giovedì 9 maggio 2013

ROMA, 18 MAGGIO 2013: MANIFESTAZIONE NAZIONALE FIOM

MANIFESTAZIONE DEL 18 MAGGIO A ROMA: COME PARTIRE DA MILANO CON I PULLMANS ORGANIZZATI DALLA FIOM



NON POSSIAMO PIU’ ASPETTARE

MANIFESTAZIONE NAZIONALE DELLA FIOM, NON SOLO DELLA FIOM:
SABATO 18 MAGGIO,ORE 9.30, ROMA, PIAZZA ESEDRA


PULLMANS DA MILANO:
PARTENZA VENERDI’17,ORE 23.30 DALLE FERMATE MM DI SESTO FS, GESSATE, FAMAGOSTA, MOLINO DORINO, SAN DONATO.


RITORNO SABATO 18, ORE 15.30 DA ROMA


PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI: 02-55025227